persone e lavoro | Mer 24 Feb 2016

Smart Work, il nemico da battere è lo scetticismo

Da Skill un’indagine approfondita sul “Lavoro Agile” e un monitoraggio costante

A metà febbraio il disegno legge del Governo sul “Lavoro Agile”  (Smart Work) è approdato in Commissione Bilancio del Parlamento, per poi passare al Senato, in commissione Lavoro.  Il testo, proposto dal ministro Giuliano Poletti, si pronuncia così: “La presente legge promuove il lavoro agile quale modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato allo scopo di incrementarne la produttività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”.
Un balzo in avanti enorme in termine di innovazione e flessibilità, che promuove l’abbattimento di barriere fisiche (il luogo di svolgimento delle attività) e organizzative (il monte orario comunemente inteso) e aiuta a migrare verso una percezione “liquida” e “integrata” dell’attività lavorativa.
Come ogni innovazione necessiterà di essere digerita dai principali attori coinvolti (datori di lavoro, dipendenti e sindacati) e regolamentata secondo precise linee guida, ed è ciò che si propone il disegno di legge stesso.
Skill, per intercettare il clima intorno alla tematica, ha proposto già nei mesi di dicembre 2015 e gennaio 2016 un sondaggio, il primo della serie “#DILLOASKILL”, che proporrà, per tutto il corso del 2016, una serie di quesiti su argomenti  inerenti il mondo del lavoro declinato nelle tematiche della selezione, consulenza e formazione, ovvero i principali ambiti operativi di Skill.
L’indagine, intitolata “Smart Working: come e quanto il lavoro flessibile può avere successo in Italia?”  restituisce un quadro generale connotato da un certo grado di scetticismo intorno a tale innovazione.
Il primo quesito interroga il campione dell’indagine sulla presenza, nella propria azienda, di esperimenti già attivi di Smart Working: il 70,59% ha risposto con un perentorio “no”, a dimostrazione che tale modalità non è ancora sufficientemente diffusa sul territorio.
La seconda e terza domanda scendono più in profondità, chiedendo, prima ai dipendenti poi ai datori di lavoro,  quale sia la percentuale del monte orario totale che dedicherebbero al lavoro agile. Le risposte fotografano una linea di tendenza simile per entrambe le categorie, che si pronunciano congiuntamente scegliendo l’opzione “meno  del 50%” , rispettivamente con il 58.82% (i dipendenti) e il 64.71% (i datori di lavoro).
Nel quarto quesito viene richiesto di elencare almeno cinque ruoli adatti ad essere svolti in modalità “smart”:  ad essere maggiormente citate le mansioni di “Progettazione”,  “Project Management”, “IT Specialist”,  l’area “Commerciale-Vendite”,  la figura del  “Data Analyst” e il reparto “Customer Care”.
La quinta e sesta domanda sono focalizzate sugli aspetti positivi e negativi dell’introduzione dello Smart Work: a prevalere, nei positivi,  la “riduzione dei costi strutturali e sociali”, il “benessere del dipendente” e i “benefici per l’organizzazione della vita familiare”, tra quelli negativi la “perdita del senso d’appartenenza”, il “ridotto scambio d’idee” e il “distacco dalle vere esigenze dell’azienda”.
Questi ultimi aspetti hanno influenzato maggiormente il trend generale, riassunto nell’ultimo quesito: alla domanda secca “lo Smart Working avrà successo in Italia?”,  ben l’87,50  % ha risposto con un altrettanto secco “no”.
I  risultati dimostrano quindi che l’iter del Lavoro Agile dovrà sconfiggere principalmente un nemico: la difficoltà del mondo del lavoro italiano a recepire una “rivoluzione” che sfuma i contorni dell’attività lavorativa come l’abbiamo sempre conosciuta.

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