Direttore Responsabile Roberto Barucco
interviste | Ven 17 Giu 2016

San Benedetto brinda
a 60 anni di storia

Fin dalla nascita a Scorzè, il 10 Aprile 1956, la società Acqua Minerale San Benedetto si è distinta per la sua particolare tendenza a “guardare al futuro” sempre con innovazione. Da subito, ha iniziato a imbottigliare e distribuire localmente l’acqua minerale della Fonte San Benedetto in bottiglie in vetro, un’acqua che si diceva avesse effetti benefici, quasi miracolosi a tal punto da essere chiamata “acqua della salute”.

L’innovazione è una caratteristica che ha segnato profondamente la vostra storia, ma come sono stati i primi anni di vita di San Benedetto?
“In quel periodo vigeva un rapporto di collaborazione tra la mia famiglia e la famiglia Scattolin, titolare della concessione e dei terreni su cui sgorgava la fonte – racconta Enrico Zoppas, presidente di San Benedetto -. La mia era impegnata nel settore degli elettrodomestici, ma aveva capito che la scelta di diversificare il mercato investendo in una fonte poteva essere sinergica: più frigoriferi nelle case degli italiani (stiamo parlando degli anni 60), avrebbe significato più bevande vendute. Lo scenario competitivo era comunque dominato dalla presenza del vetro e dall’egemonia assoluta di poche grandi marche come Recoaro, Crodo e San Pellegrino mentre Fiuggi era distribuita nelle farmacie e controllava il settore paramedico. L’unica eccezione nel mondo delle bibite era rappresentata da Coca Cola che esercitava un controllo diretto sui punti vendita. Ciò nonostante, il marchio era cresciuto ma la distribuzione restava regionale e lo stabilimento richiedeva importanti investimenti per potenziare la linea di produzione. Da qui la scelta della mia famiglia di rilevare l’intero pacchetto azionario. “Dopo la vendita della Zoppas e la scomparsa di mio padre Luigi, tutto il patrimonio fu diviso tra i diversi soci e l’unica azienda a non essere assegnata fu proprio San Benedetto. Nessuno la voleva e davanti alla possibilità di venderla, decisi di accettare la sfida e, grazie anche al contributo del mio amico e compagno di scuola Giuliano De Polo, mi impegnai affinché San Benedetto rimanesse in casa”.

Qual è stata la pietra miliare che ha innescato la vostra crescita?
“Quando con De Polo siamo entratI in azienda, nel ’71, ci siamo dovuti scontrare con una situazione economica palesemente difficile. Nel 1970 San Benedetto fatturava 1,7 miliardi di lire e perdeva 300 milioni, ma abbiamo intuito un grande punto di forza in quel gap: puntare su una distribuzione efficace in grado di presidiare bene il mercato. Partendo da qui e introducendo per primi il concetto di vetro a perdere, possiamo dire di essere stati, per l’epoca, gli artefici di una rivoluzione dei consumi, che ci ha subito consentito di avviare una distribuzione nazionale”.

Poi arrivò il Pet…
“Questo è stato un altro punto di svolta. Alla fine degli anni 70 abbiamo scoperto che il Pet poteva sostituire il vetro, teneva il gas, era riciclabile, pesava molto meno e non si rompeva. Abbiamo trovato una
macchina giapponese in grado di produrre bottiglie in Pet e siamo partiti inizialmente imbottigliando l’aranciata rossa. Era l’inizio del 1980 e in pochissimo siamo arrivati a una quota di mercato del 50%
sulle bottiglie in plastica. Successivamente, nel 1983, per primi in Italia abbiamo imbottigliato anche l’acqua minerale in Pet, attestandoci come leader nel mercato”.

All’inizio degli anni novanta si realizza un’altra innovazione di grande portata che pose San Benedetto come azienda leader del settore, l’unica capace di lavorare sui processi per migliorare i prodotti:
“Nel ’93 siamo stati tra le prime realtà a realizzare un impianto d’imbottigliamento completamente in asettico per la produzione di bibite non gassate, garantendo una sicurezza totale per i nostri prodotti.
Avevamo la possibilità di sviluppare internamente nuove bevande ad alto valore aggiunto e da imbottigliare, appunto, in ambiente asettico: i thè ad esempio, e le bevande energetiche che stavano cominciando ad affacciarsi sui mercati internazionali. Nel 1996 abbiamo brevettato il tappo “pull&push” sempre totalmente asettico, richiudibile e ideale per i consumi “on the go”. Ed è proprio da quel momento che le grandi multinazionali straniere iniziarono ad interessarsi a noi”.

San Benedetto ha sessant’anni, quali sono i suoi progetti per il futuro?
“Abbiamo raggiunto questo importantissimo traguardo da leader di mercato e con numeri strabilianti. Per questo voglio ringraziare di cuore tutti coloro che hanno partecipato al successo di San Benedetto, dalla sua nascita sino ai nostri giorni. Abbiamo la certezza di aver consolidato il nucleo vitale dell’azienda e siamo sicuri di poggiare su basi molto solide, con una rete di talenti che, attraverso il dialogo, si scambiano ogni giorno idee e proposte. Persone che si riconoscono negli stessi valori e che costituiscono già oggi il
perno di San Benedetto nel futuro. Festeggiamo i nostri sessant’anni consapevoli di aver raggiunto un obiettivo fondamentale, il traguardo più bello e più umano che potessimo realizzare. Auguro a tutti i nostri collaboratori altri sessant’anni come questi appena raggiunti, caratterizzati dalla passione, dalla voglia di fare e di essere coesi e allo stesso tempo interpreti di uno sviluppo davvero entusiasmante. Il cammino che ci aspetta è ancora lungo e punta ad uno sviluppo sempre crescente, in Italia e soprattutto all’estero.
Quello che desideriamo è stare sempre più nel mondo, perché l’acqua è un bene prezioso che riguarda tutta l’umanità”.