focus | Mar 22 Ago 2017

Laurea e lavoro,
in Italia conta
per il 61,3%
 

La laurea serve ancora per trovare lavoro nel nostro Paese? L’anno scorso Eurostat ha analizzato il tasso occupazionale a livello europeo dei diplomati e dei laureati ed i dati della ricerca sono abbastanza negativi per l’Italia.
 

A guardarli bene potrebbe sembrare che nel nostro Paese il classico ‘pezzo di carta’ non conti più molto visto che nell’occupazione dei laureati condividiamo il fondo della classifica insieme a Grecia e a Cipro.
Secondo la ricerca se in Europa infatti il tasso di occupazione dei laureati più qualificati si attesta all’82,8%, in Italia si ferma appena al 61,3%.
Investire 3 o 5 anni della propria vita negli studi universitari serve ancora a qualcosa o è dunque potenzialmente una perdita di tempo, oltre che di denaro?
“In determinati settori è indubbio che sì, c’è una certa difficoltà nell’inserire delle figure professionali altamente specializzate, laddove le imprese non hanno un’esigenza tale da giustificarne la pronta assunzione” ha spiegato Carola Adami, fondatrice e CEO della Adami & Associati, società di selezione del personale di Milano.
“Come si diceva durante gli anni più bui della crisi, dunque, gli studi universitari, le specializzazioni e i masterpossono diventare in specifici casi degli ostacoli nel complesso processo di ricerca del lavoro. Ma va sottolineato che il dato generale è diverso, in quanto in Italia la laurea è ancora un valore da spendere con vantaggio sul mercato del lavoro”.
Se infatti il rapporto di Eurostat spingerebbe quasi a vedere i titoli di laurea come un ulteriore handicap per i giovani che entrano nel mondo del lavoro, i dati di Almalaurea 2017 portano a considerazioni diametralmente opposte.
Di certo quella fotografata dall’ultimo rapporto non è una situazione ottimale, ma le statistiche ci dimostrano chegli studi costituiscono ancora una marcia in più sul mercato del lavoro: tra i laureati triennali, il 68% trova un lavoro ad un anno dalla discussione della tesi, mentre il dato si alza al 71% per quanto riguarda le lauree specialistiche.
Allargando lo sguardo, poi, si scopre che nella fascia di età tra i 20 e i 64 anni i laureati sono occupati nel 78% dei casi, mentre risulta occupato solo il 65% di chi può vantare unicamente un diploma di maturità.
Insomma, lo scenario non è nero come lo si potrebbe vedere dai dati Eurostat, ma di certo i margini di miglioramento sono molto ampi.
“Sicuramente in Italia le difficoltà incontrate da molti neolaureati a trovare una prima occupazione è dettata prima di tutto dal tipico tessuto imprenditoriale italiano, costituito soprattutto da Pmi che, a differenza delle imprese più grandi, non attuano ovviamente ampie campagne di assunzioni” spiega Carola Adami, aggiungendo che “un altro fattore che pesa gravemente sulle possibilità dei laureati più specialistici è poi il ritardo italiano sul fronte dell’innovazione: sono ancora troppo flebili gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo, e questo ovviamente rende difficile l’assunzione delle figure ad alto tasso di qualifiche”.
Come ha però voluto sottolineare Adami, difficilmente si potranno vedere dei veri e propri rialzi nei tassi di assunzione delle professionalità più specialistiche fino a quando non ci sarà un taglio consistente nei costi per l’attivazione dei contratti a tempo indeterminato.
A poter cambiare le cose dunque sono solo le istituzioni e le imprese mentre da parte loro gli studenti devono ovviamente puntare a qualifiche e a campi di studio ampiamente spendibili sul mercato del lavoro.
Le lauree in Medicina e nella professioni sanitarie restano tra le più richieste, accompagnate da oculate specializzazioni in Economia, Statistica ed Ingegneria.